Non proprio una “storia d’archivio”, Liberi arbìtri, anche se la struttura rappresentativa poteva assomigliarle, comunque un buon lavoro che ci ha dato tante soddisfazioni e le solite empatiche corrispondenze di medianici sensi con i personaggi del passato.
Rebecca e Adriano come sempre impeccabili; Samanta impegnata in un repertorio canoro che più eclettico non si può (dai canti yiddish, alle struggenti melodie primi anni Quaranta, alla ritrovata Liliana di Cravache-Sadun, a Nostra patria è il mondo intero, ovvero gli stornelli dell’esilio di Pietro Gori), ha toccato le corde emotive di tutto il pubblico con la sua voce meravigliosa, schietta e intima insieme, da ossimorologa del canto di prima grandezza!